E COMINCIAMO DAI BOGOLAN

 

E COMINCIAMO DAI BOGOLAN......

IN QUESTE PAGINE CERCHEREMO DI DARE ALCUNE INFORMAZIONI SIA SULLA CULTURA MALIANA IN GENERALE (DALLA MUSICA AI TESSUTI, DAI GIOIELLI AL LINGUAGGIO DEI FOULARDS ETC.....), SU ALCUNI ASPETTI E PROBLEMATICHE DELICATE  E SIA SULLE CARATTERISTICHE DELLE NUMEROSE E DIVERSE CULTURE CHE POSSIAMO INCONTRARE NEL PAESE.

 

COMINCIAMO QUI CON UN BREVE ARTICOLO SUI BOGOLAN dove si evidenziano elementi di una cultura millenaria che oggi rischia di scomparire. 

 

I tessuti, presso le popolazioni del Mali, rivestono una grande importanza nella società, sia come manifestazione visibile dello status sociale di chi lo porta, sia come elemento propiziatorio e rituale in numerosi momenti della vita dell'individuo.
La tecnica del bogolan è un procedimento antico proprio delle popolazioni Bambara, Malinké,  Sénoufo, Bobo e Dogon, che vivono nel Mali o nelle regioni immediatamente confinanti. Il termine “bogolan” è una parola bambara composto da “bogo”, l’argilla, e un suffisso di derivazione “lan”, che indica lo strumento che permette di ottenere un risultato. “Bogolan” significa dunque “il risultato che porta l’argilla”. I bogolan sono strette strisce di stoffa, tessute dagli uomini e decorate dalle donne. Il procedimento di decorazione avviene in più fasi successive. La stoffa dapprima viene lavata in acqua, asciugata al sole, e tinta di giallo con un’infusione, preparata con foglie di Anogeissus leiocarpus e Combretum glutinosum. Viene poi realizzato il disegno, utilizzando un bastoncino e il fango nero di pozzo, raccolto un anno prima e fermentato in una giara. Possono essere fatti successivi bagni nella tinta gialla e applicazioni di fango, in base alla tinta bruna che si vuole ottenere. In questo modo si ottengono segni gialli su fondo marrone. Con l′applicazione sui segni di una soluzione di arachidi, soda caustica, crusca di miglio e acqua, il giallo si muta in marrone, e solo dopo una settimana di asciugatura al sole e un ulteriore lavaggio, emerge un disegno bianco su fondo scuro.
L′uso dei bogolan è legato a momenti significativi della vita adulta, in particolare alla perdita di sangue. Per gli uomini, è usato nella caccia e nei rituali evocativi: il tessuto protegge i cacciatori dalle influenze negative dell′energia vitale sprigionate dall′animale ucciso, assorbendola nel tessuto, tra le fibre e i meandri dei disegni. Per le donne è legato alla cerimonia di passaggio all′età adulta. Questa prevede l′escissione, che elimina le forze disordinate e impure dell′infanzia, e che rappresenta un′offerta religiosa per ristabilire l′ordine perduto. Un tessuto con fondo rosso e disegni neri chiamato BASIAE (sangue), raccoglie il sangue, e servirà da abito alla ragazza nel periodo di reclusione che segue l′operazione. Questi panni sono composti da sette strisce, secondo un uso simbolico dei numeri: il 3  rappresenta l′elemento maschile, il 4 quello femminile; dunque il sette è segno di completezza e di saggezza ottenuta nell′età adulta. Il tessuto viene considerato, come la placenta, il "doppio" dell′uomo; per questo viene conservato con molta cura. Se viene derubato e manipolato, gli effetti maligni possono manifestarsi sul suo gemello umano.
Quando il cacciatore, la ragazza o lo sciamano indossano il bogolan, si rivestono degli esseri e degli eventi che hanno presieduto alla creazione del mondo: il colore bruno, quello della terra e dei disegni, viene dal pozzo, luogo sacro di ogni villaggio, dove sono riunite tutte le anime dei bambini che devono ancora venire al mondo, è simbolo del ventre umido della donna. Il bruno è anche il colore dell′acqua nera, nella quale vive il Dio stesso. Portando su di sé le impronte di fango seccato che hanno imbevuto le fibre del suo panno, la donna è protetta dalla forza divina per le nascite a venire e bagnata di un′umidità simbolica, associata, nel pensiero bambara, alla fecondità. L′acqua e la terra umida sono i due elementi fondamentali della genesi del mondo, a partire dai quali la vita è possibile. La lettura dei  tessuti bogolan ci dona la rivelazione di una concezione di generazione degli uomini che passa attraverso l′universo acquatico. L′idea della genesi, presente già nei materiali, è ripresa anche dai disegni. I motivi dei bogolan costituiscono una grammatica di segni o meglio ancora una scrittura. I Bambara li chiamano sèbèn den, i fanciulli della scrittura. Essi veicolano un messaggio spiegato da un proverbio o da una canzone, celebrano un evento storico, lodano le qualità di un eroe e il suo coraggio. Sono anche metafore che proteggono. Generalmente il nome di un segno rinvia a un significato simbolico particolare, ma il rapporto tra il segno e il suo significato non è mai assoluto e varia a seconda della collocazione dei segni nella composizione e secondo l’origine dell’artista e la sua formazione.
La decorazione più frequente è costituita da piccoli punti bianchi disposti in diagonale, chiamata tiga fara nin, piccolo guscio d’arachide. Può evocare la baya, la cintura di perle che orna i fianchi delle donne e il cui tintinnamento ritma le attività durante la giornata e invita l’uomo all’amore. Il bordo inferiore è daguma bolo o senkorola, che significa “il bordo a terra” o “vicino ai piedi”. Il pannello centrale è chiamato fini ba, il grande tessuto o la madre della stoffa. Vi si trova il tema più importante, che dona il nome al tessuto e che acquista valore in base alla sicurezza del tratto, la regolarità del disegno, la conoscenza e l’utilizzo dei segni, il rispetto nella disposizione dei segni, l’adeguamento senza equivoci al tema scelto, la qualità dei colori (la densità del nero, il contrasto col bianco).
Alcuni segni evocano personaggi o divinità, altri segni prevedono più di una versione. Alcuni  hanno la funzione di valorizzare il lavoro, altri segni portano insegnamenti per i bambini e indicano quanto sia necessario essere stabili nel carattere e avere un’identità sicura e definita. I segni sul bogolan possono rappresentare anche elementi geografici come montagne, laghi e fiumi o evocare schemi spaziali e traiettorie. Alcuni bogolan possono richiamare il disordine delle erbe secche della boscaglia, e indicare, attraverso linee geometriche, il cammino sicuro del cacciatore che lo deve attraversare.
La capacità di decifrare i disegni è riservata a pochi, in seguito a una lunga iniziazione. Conoscere e interpretare la simbologia dei disegni e dei colori permette di comprendere chi lo porta: l′identità, il ruolo sociale, la funzione religiosa, il tipo d′iniziazione, la partecipazione a certi culti. I colori stessi hanno una loro simbologia, che si ritrova in tutta l’Africa sudanese occidentale. L′ocra rossa è il colore del sangue e del sole; il nero è l′acqua, la vegetazione, l′oscurità; il bianco rappresenta il Dio stesso, la luce e la purezza.
Molti dei segni Bambara, soprattutto quelli della regione di Bélédougou a nord di Bamako, sono simili ai segni tifinar, la scrittura propria al tamacheq, la lingua Tuareg. Tuttavia si tratta di una somiglianza solo formale: per i bambara i segni non corrispondono a delle lettere alfabetiche ma a dei mitogrammi, ispirati ad un alfabeto, che formano una simbologia complessa. Sono la scrittura di una società, o meglio la letteratura di un’epoca, il cui ricordo, talvolta, si è perso nella tradizione. Ma il segno è rimasto e si reinventa in ogni composizione, in ogni panno, nella relazione con gli altri simboli e nella creazione sempre originale e fantasiosa di nuovi significati.


FILMATO SUI TESSUTI DI BOTTEGA SOLIDALE DI SOLIDARITE':
 

 

 



 
 

Sanankuya: un sistema per la Pace e sempre dal MALI

Sanankuya: un sistema per la Pace e sempre dal MALI


La convivialità

Per raggiungere meglio questo scopo, l’imperatore Soundjata aveva istituzionalizzato e codificato il sanankuya, una pratica sociale impropriamente tradotta con “parentela per finta”. In realtà si tratta di un sistema di alleanze tra clan che autorizza lo scherzo, il riso e il far ridere nei confronti di membri di altre etnie, in privato come in pubblico, senza che ciò porti a conseguenze. Ma questo patto è unito ad un diritto di aiuto e di assistenza tra genitori, o cugini acquisiti proprio attraverso la sanankuya. Una pratica che aiuta la convivialità; favorisce la distensione nella vita sociale; una pratica che esiste tra etnie diverse come i Sereres (Senegal) e i Peul del Senegal, del Mali e della Guinea.

 

La parentela per finta esiste tra Malinkè e Peu, ecc. Si tratta di relazioni di “cuginato”, di parentela “per finta” che nel corso degli anni hanno largamente contribuito ad avvicinare clan ed etnie, e sono servite per spegnere sul nascere i conflitti. La sanankuya ha velocemente superato il quadro mandingo per essere adottata da altri gruppi etnici come i Peul, gli Wolof, i Toucouleur. Possiamo dire che è stato adottata in tutto il territorio coperto dall’impero del Mali. La parentela per finta è accompagnata da un’altra pratica, quella dello stabilimento d’equivalenza, di corrispondenza tra cognomi. Ad esempio un Wolof del clan Ndiaye è fratello omologo di un mandingo del clan di Diarra. Così Ndiaye = Diarra. Un Ndiaye che si trova in paese mandingo bambara sarà ospitato ed avrà come fratello i Diarra. Se vive stabilmente in questo paese, potrà prendere il nome Diarra ed essere assimilato al clan. La stessa cosa è vera per i Diarra che si recano nel paese degli Wolof. La stessa relazione si stabilisce tra un Diop, Wolof e un Malinkè del clan Traorè. Non è raro vedere alcune persone, alcune famiglie che adottano il doppio cognome Ndiaye-Diarra o Traorè-Diop. Ciò che occorre sottolineare è che gli Wolof si trovano nell’estremo Ovest, sull’Atlantico, e i Mandinghi (Barbara e Malinkè) nell’Est, sulle rive del Medio Niger. Li separano 1500 km. Questa alleanza, questa corrispondenza tra cognomi è stata istituita ai tempi di Soundjata, quando l’impero del Mali si è esteso a tutto l’Ovest sudano-saheliano. Ad ogni modo, l’integrazione delle etnie è una realtà nell’Africa dell’Ovest; le etnie hanno saputo trovare nel corso dei tempi, i mezzi e le pratiche della vita in comune. La pace e l’intesa sociale sono le grandi preoccupazioni di Soundjata; ha istituito, tra l’altro, un codice matrimoniale fissandone i rituali e tutto l’insieme delle regole che rinforzano i legami tra le due famiglie attraverso il matrimonio.Voglio sottolineare che senza essere scritte, le leggi e le decisioni di Soundjata ci sono state trasmesse dalla tradizione orale, che in Africa rappresenta sia un insegnamento, sia una scienza coltivata dai clan delle famiglie il cui ruolo è quello di conservare e trasmettere le cose del passato. Si tratta di clan che si raggruppano sotto il nome di griot.

La tradizione orale è riconosciuta oggi come fonte storica e come veicolo della letteratura e del pensiero africano. Gli anziani e il dialogoLa ricerca di soluzioni ai conflitti e la prevenzione dei conflitti stessi costituiscono la grande preoccupazione che ha attraversato tutta la storia africana. Ma occorre conoscerla e studiare questo passato. Per la forza di queste cose, di fronte al ripresentarsi dei conflitti, gli africani hanno cercato e trovato soluzioni endogene ai conflitti stessi. Citerò due esempi, uno sul Senegal e l’altro sulla Guinea.

 

Esempi che ci mostreranno che la società civile africana è in pieno risveglio e sa giocare efficacemente il suo ruolo. In Senegal, appoggiandosi alla sanankuya – Kal e Wolof – alcuni funzionari sono riusciti a sedare un conflitto tra villaggi di pescatori Serere e Diola, con la tensione già esasperata; era difficile radunare le “palabras”. Alla fine i funzionari, grazie all’aiuto degli anziani, sono arrivati ad instaurare il dialogo. Gli anziani, infatti, ricordarono il vecchio patto che univa i Diola e i Serere, derivato secondo le tradizioni delle due sorelle Aguene e Diambone; il patto vietava qualsiasi forma di violenza che sfociasse nel sangue tra le due etnie. Quando si riuscì ad instaurare la pace e a definire i dettagli del patto, la tensione si placò. Le armi non parlarono più. Si convinsero a pescare insieme nelle stesse acque. L’altro esempio riguarda la Guinea, la Sierra Leone e la Liberia.

Come si sa, in alcune regioni dell’Africa dell’Ovest è riconosciuto alle donne, soprattutto alle madri e alle donne anziane, un potere di interposizione o di mediazione. I tre paesi erano in preda ad alcuni ribelli che seminavano desolazione nelle campagne. Utilizzando il potere di interposizione riconosciuto alle donne, si costituì un gruppo di donne della Liberia, della Guinea e della Sierra Leone, che si recò a Conakry, davanti alla presidenza della Repubblica di Guinea. Il capo di Stato fu costretto a riceverle. Esse sottolinearono la necessità del dialogo tra i capi dei tre paesi. Furono accolte con cortesia e furono ascoltate. Furono ricevute con gli stessi onori a Freetown e a Monrovia. Riuscirono così a ristabilire il dialogo, là dove un balletto tra le tre capitali aveva fatto arenare tutto. Esse formano oggi la «Rete delle donne del Mano River per la pace». (Il Mano è il fiume che attraversa i tre paesi interessati). La loro azione ha rafforzato la pace nei paesi (Sierra Leone e Liberia) che avevano conosciuto 10 anni di guerra. Questa rete oggi riconcilia famiglie e clan e favorisce il ritorno dei rifugiati. 

 

Prevenire i conflittiA livello internazionale “le forme endogene di governo e di prevenzione dei conflitti” sono oggetto di studio e di ricerche. L’OCSE si è interessata a questo, attraverso il “Club del Sahel” che ha organizzato, in proposito, un colloquio a Conakry nel 2005. Il tema era “La ricerca di una soluzione endogena e di una prospettiva durevole per lo sviluppo in Africa”, e le “Capacità endogene africane in materia di governo dei conflitti”. Numerose istituzioni oggi hanno capito quanto sia importante la ricerca sulle culture tradizionali e sulle soluzioni endogene ai conflitti. Si è arrivati quindi a riconoscere le capacità endogene in materia di prevenzione e di risoluzione dei conflitti. L’Africa deve attingere alle proprie risorse, e ricorrere alla sua cultura del passato. Essa non è affatto un aggregato di etnie e di comunità ostili che passano il tempo a sbranarsi a vicenda. È un cliché che finalmente si sta mettendo in discussione.La notte colonialePrima dell’invasione coloniale esisteva un’Africa dove gli uomini avevano organizzato la vita in società, elaborato un’arte e una cultura, sviluppato scienze e tecnologie; ma la notte coloniale, abbattutasi sul continente con l’espansione europea a partire dal XV secolo, e soprattutto la tratta degli schiavi, hanno tolto l’iniziativa storica all’Africa. 

Tra le grandi figure africane abbiamo ricordato Soundjata Keita, il grande legislatore del XIII secolo, al tempo dei grandi imperi precoloniali. Si potrebbero ricordare tantissime altre grandi figure … Mi piacerebbe comunque ricordare Abder, Kader Kane, Karamoko Alpha Sambegou, rispettivamente fondatore del regno di Fouta Tore e del regno di Fouta Djallon. Hanno dato ai loro paesi una costituzione, imposto la scuola obbligatoria per tutti i bambini di genitori liberi.Il loro regno ha permesso la fioritura di una letteratura scritta in lingua Poular attraverso l’utilizzo dei caratteri della scrittura araba. Abder Kader Kane ha vietato la tratta degli schiavi e chiuso il suo regno alle navi negriere che risalivano il fiume Senegal intorno al 1780. Non posso terminare senza ricordare El Hadj Oumar Tall, l’erudito toucouleur simbolo di unità ed integrazione. Nato in Senegal intorno al 1797, ha compiuto i suoi studi coranici in Mauritania. Al ritorno dal pellegrinaggio alla Mecca si è fermato dapprima nel Bornou e, dopo, nel Sokoto (Nigeria), prima di fondare la sua scuola Zaoua a Dinguiraye. Da lì si lancerà nella conquista, opponendosi ai francesi in Senegal, prima di fondare un vasto impero di cui fu capitale Segou. Questo studioso, una volta divenuto sultano, ha lasciato molte opere di teologia. Occorre poi ricordare che Timbuctù è stata nel XVI secolo, al tempo degli Askia, sovrani mecenati, sede dell’umanesimo africano, con tutta una serie di giuristi, filosofi, storici, tra cui cito il celebreAhmed Baba, il fratello di Bagayogo, Mahmoud Kati, Abderrhamane Saadi…Tutto ciò è stato nascosto dall’obbrobrio e dalle tenebre che si sono abbattute sul continente africano a causa della tratta e della colonizzazione. 

 

Questi stereotipi e pregiudizi furono elaborati in nome della causa coloniale, per giustificare la pretesa inferiorità degli africani e lo sfruttamento degli uomini e delle risorse imposto all’Africa. I decenni poco gloriosi dell’indipendenza non dovrebbero oscurare lo spirito. Occorre capire il perché delle cose. 

 

 

L’umanesimo africano Djibril Tamsir Niane  http://www.solidarietainternazionale.it/anno-xix/n-03-mar-2008/383-la-carta-di-kurukan-fuga.html 

 

UNA "PICCOLA" POSTILLA: LA COSTITUZIONE DELL'IMPERATORE KEITA CHE E' CONSIDERATA LA PRIMA DICHIARAZIONE DEI DIRITTI UNIVERSALI DELL'UOMO E' STATA INSERITA NEL PATRIMONIO IMMATERIALE DELL'UNESCO (INSIEME AD ALTRE DUE ESPRESSIONI CULTURALI MALIANE DI CUI PARLEREMO UN'ALTRA VOLTA....)

Rinviamo ad un video di una musica e canzone "tradizionale" del Mali significativa a tal proposito:

kreb.blog.kataweb.it/index.php 

"Un Paese dove la povertà sarà sempre preferibile alla guerra".......... e poi... date anche un'occhiata qui

 

 

FOTO STRUMENTI MUSICALI TRADIZIONALI

I GRIOT E LA MUSICA IN MALI

I Griot e la musica.

La musica “classica” è rappresentata dai djeli (griot) del gruppo etnico dei malinke, o mandengue, ed è caratterizzata dagli strumenti usati, come la kora, il balafon, il n’goni, il doundoun e il tama, dallo stile del canto e dai soggetti delle canzoni, tipicamente storie epiche e canti di lode. L’arte dei djeli viene trasmessa di padre in figlio, e i musicisti appartengono a poche famiglie ben conosciute, che in Mali sono i Kouyate, i Diabate, i Sissoko, i Kone, i Kamissoko, i Sacko.

Altre famiglie in cui si trovano djeli sono i Koite, i Tounkara, i Konate, i Kanoute, i Kante. 

 

Un malinke che non appartenga a una di queste famiglie, come ad esempio Salif Keita, che è un nobile, viene chiamato – e si definisce egli stesso - un “artista”, non è djeli e non può svolgere il loro ruolo sociale.

Anche un djeli può decidere di produrre musica libera dai vincoli della tradizione, come è il caso, ad esempio di Habib Koite. Un artista è libero, ma non sarà mai coinvolto nel circuito dei concerti privati e delle cerimonie, forse il più importante circuito musicale della società maliana, che assicura ai djeli un lavoro costante e un conseguente introito economico sicuro. 

 

Tra i malinke si distinguono tre sottogruppi, ciascuno con il proprio dialetto e la propria tradizione musicale. I Maninka, che abitano il Mali occidentale e la Guinea Conakry, i Bambara, diffusi soprattutto nel Mali nord orientale, e i Mandinka, che abitano il Gambia, il Senegal meridionale e la Guinea Bissau .

La musica “classica” dei djeli, descritta in precedenza, si identifica soprattutto con la tradizione maninka, con la sua scala armonica eptatonica, il grande repertorio epico al quale appartengono brani famosi come Sundjata, Kulandjan, Mali Sadjo, e i grandi interpreti provenienti soprattutto dalle città storiche di Kita e Kela, tra cui Kandia Kouyate, Amy Koita, Kassemady Diabate e il guineiano Sekouba “Bambino” Diabate. 

 

I bambara sono il gruppo etnico più diffuso del Mali, con centro geografico a Segou. A Bamako si impara presto a riconoscere la loro musica, perché fluisce incessantemente dalle numerose radio gracchianti sparse nelle case, nelle botteghe e nei taxi della capitale. La musica bambara si differenzia da quella maninka soprattutto perché si basa su una scala armonica pentatonica, e nelle sue forme melodico-ritmiche viene influenzata dalla musica del nord, di matrice songhay e con elementi arabi. Inoltre, nel canto la voce non è impostata, e ricorre più insistentemente la forma antifonale basata sul dialogo tra solista e coro. Tra gli strumenti prevale lo n’goni, mentre la kora è molto più rara.

Tra i bambara esiste poi una tradizione musicale specifica non legata ai djeli, quella della casta dei cacciatori, che nasce probabilmente intorno agli antichi riti propriziatori per la buona riuscita delle battute di caccia. Questa musica è piuttosto diversa da quella dei djeli, ha una struttura ritmica e armonica più semplice, si basa soprattutto su un tipo di n’goni chiamato donso n’goni, sui canti antifonali esclusivamente maschili e sull’accompagnamento delle percussioni.

 

Anche i peul, o fulani, un’etnia nomade diffusa in tutta l’area sahelica e tipicamente dedita alla pastorizia, hanno una loro tradizione musicale specifica, caratterizzata soprattutto dall’uso di strumenti musicali facilmente trasportabili, come il flauto o il violino tradizionale ad una corda, o utensili adibiti anche ad altri usi, come i recipienti di zucca, o calabash. Accade spesso che musicisti peul, soprattutto flautisti, vengano inseriti in ensable tradizionali di altre etnie, persino malinke. 

 

Altre tradizioni associate ad etnie specifiche sono quella dogon, dell’area nord orientale che fa capo a Mopti e, andando verso il nord, quelle delle etnie del deserto, i songhai e i tamashek, nelle cui tradizioni musicali l’influenza araba si fa decisamente sentire. Artisti come Ali Farka Toure o i Tinariwen, ad esempio, hanno riscosso un incredibile successo con il loro “desert blues”, trasportando su chitarra elettrica le armonie e le forme ritmiche della musica tradizionale del deserto.

 

Tra i generi indigeni vorrei infine citare una tradizione musicale importante e conosciuta oramai a livello internazionale, quella della regione del Wassoulou, situata nel sud del paese, a cavallo tra Mali e Guinea. Nella musica del Wassoulou convergono le influenze peul, songhai e bambara, compresa la tradizione musicale dei cacciatori, dal cui donso n’goni deriva il principale strumento della regione, il kamele n’goni, o n’goni dei giovani. Nella musica del Wassoulou, che non è legata a famiglie djeli, si usa la scala pentatonica e il canto è affidato soprattutto alle donne, accompagnate da un coro femminile. La ritmica è potente, basata soprattutto sul djembe, sul karignan e sui flé, strumenti di zucche e conchiglie, mentre i testi delle canzoni sono spesso di critica costruttiva alla società tradizionale. 

 

Esistono poi i generi musicali nati dai popoli della diaspora africana e che oggi ritornano indietro da oltre oceano. Fino agli anni 70 e 80 andava soprattutto la salsa cubana, mentre oggi, che il sound latino-americano è un pò in ribasso, emergono il reggae di artisti come Askia Modibo, Koko Dembele e l’ivoriano residente in Mali Tiken Jah Fakoly, o l’hip hop di gruppi come i Tata Pound o Les Escrocs.

 

I confini tra tutti questi generi musicali non sono così precisi e definiti, tranne forse che per la musica dei djeli malinke, soprattutto maninka, che tende ad aderire più delle altre alle regole e ai vincoli della tradizione, e a mantenere la sua specificità di musica nobile, di corte, alla quale è affidata la rilevante responsabilità di custodire la cultura del passato. Mi è sembrato anche di notare, da parte dei djeli, un certo snobismo nei confronti degli altri musicisti e generi musicali. Questa distinzione sembra essere condivisa anche dagli uomini di potere, che un tempo erano i nobili e oggi sono i dirigenti governativi, ma provengono sempre dalle stesse famiglie e portano gli stessi cognomi di prima, i quali sostengono e chiamano, sia per i concerti privati che per le occasioni ufficiali, quasi esclusivamente ensamble classiche di djeli malinke. Ciò accade, ad esempio, quando un capo di stato straniero è in visita in Mali, e il presidente lo onora chiamando a suonare il suo djeli più rinomato, Toumani Diabate. 

 

 

 

I GIOIELLI DEL MALI

I GIOIELLI DEL MALI

 Il linguaggio dei gioielli 

I gioielli non hanno sempre e solo scopo ornamentale: sono anche carichi di simbolismi e alcune 

volte hanno usi impensati. Così le perle, le conchiglie e i braccialetti sono serviti di moneta di 

scambio. Nel Sud-Ovest della Costa d'Avorio, per esempio, certi grossi braccialetti sono anche stati 

utilizzati come manette per piccoli delinquenti. In origine, le perle erano ricavate da minerali 

naturali (pietre, coralli...) ma da molto tempo sono imitate da minuterie di origine europea (pasta di 

vetro di Venezia).

Un personaggio chiave della società 

Il fabbro è uno dei personaggi chiave delle società africane. Appartiene di solito a una casta e gode 

di un prestigio sovente ambiguo: si rispetta la scienza che gli permette di dominare la tecnologia dei 

metalli, ma si teme il potere quasi magico che trae dal suo legame con gli elementi naturali (l'acqua, 

il fuoco, l'aria, la terra) e il mondo sotterraneo. Oggi la materia prima è fornita in abbondanza dai 

metalli di ricupero e gli alti forni sono in via di estinzione. Può capitare che la vasaia sia la moglie 

del fabbro, ma non è la regola generale. In numerosi luoghi questo lavoro è solo un'attività di 

sostegno che le donne (raramente gli uomini) praticano durante la stagione morta o nei giorni in cui 

l'usanza impedisce di recarsi in savana. Tutto è plasmato a mano senza l'aiuto di un tornio, e la 

cottura è fatta quasi sempre all'aria aperta su una grossa fascina di legna secca. Il colore può essere 

dato prima della cottura (strato di argilla rossa, per esempio) o per bagnatura, all'uscita del braciere, 

in un decotto di piante selvatiche (vernice nera). 

Il continente africano rappresenta nel mondo del gioiello il potere del simbolismo.
Tutto in questo paese – metalli, minerali o materiali organici – diventa un abbellimento del corpo, spesso portato all'estremo con elementi decorativi che raggiungono dimensioni considerevoli. Piume, denti, corna o addirittura teschi di piccoli roditori vengono usati come amuleti o feticci e ricorrono in tutto l'artigianato africano.

Nella varietà delle sue culture, nelle diversità dei loro stili, l'Africa rivela un'evidente costante: l'importanza dell'ornamento, dal più piccolo al più spettacolare. Il più delle volte sono gli uomini africani ad indossare gioielli ed ornamenti, soprattutto nelle danze e feste che precedono i matrimoni: nella tribù dei Fulbe, ad esempio, gli uomini danzano ricoperti di gioielli, in una competizione che porta le donne più giovani ad eleggere il più bello. L'ornamento ed il gioiello, servono a mettere in risalto la differenza tra i sessi, ma anche quella sociale, a sottolineare caratteri anatomici o simbolici di forza o grandi abilità. Le conchiglie utilizzate per coprire gli organi genitali maschili o i coprinatiche impreziositi da disegni geometrici delle tribù mangbetu e mongo servono a catturare l'attenzione del sesso opposto, in vista di possibili unioni tra clan della stessa tribù o di matrimoni tra le due persone più importanti dei due sessi.
Il piattello labiale invece, usato moltissimo dalle donne delle tribù in Etiopia, serve a sottolineare la bocca, strumento attraverso il quale si trasmette la parola, si tramandano tradizioni: realizzato in legno, avorio o terracotta può misurare oltre venti centimetri riveste la funzione di protettore. La bocca ha evidente ruolo simbolico, e le giovani donne lo portano nel labbro inferiore prima del matrimonio: la sua dimensione indica il numero di capi di bestiame richiesti dalla famiglia.

 

Oltre a questi ornamenti gli africani amano le perline colorate, ed hanno un debole per le pietre dure. Queste ultime sono da sempre ricercatissime per l'artigianato africano, tanto da rendere a volte quasi impossibile individuarne la provenienza o la data. Il Quarzo e la Cornalina – due tra le pietre più amate in Africa – sono presenti in tutto il continente già in epoca predinastica, mentre Turchese e Lapis, veri e propri simboli dell'Impero Egizio impiegarono la fantasia e il lavoro di artigiani ed orafi proprio nell'epoca faraonica.

Tuttora utilizzate – ma da sempre ricercatissime - sono l'ambra gialla, che evocando l'attrazione solare tiene lontani i popoli delle ombre; il corallo - chiamato l' “albero delle acque”, che appartenendo a due mondi (minerale e vegetale) è trattato come elemento protettivo e generatore di vita e l'ambra grigia rinomata per i suoi poteri afrodisiaci.

Sono però le perline ad essere usate da sempre per decorazioni d'acconciature, bracciali e collane. Gli scavi archeologici hanno dimostrato l'esistenza e l'uso delle perline in Africa già in epoca precristiana.  Oggetto di scambio tra i mercanti indiani ed europei le perline di vetro aumentarono notevolmente la loro diffusione in Africa nel IV° secolo con gli scambi commerciali.  Gli artigiani di Niger, Mauritania e Nigeria furono i primi a realizzare decorazioni con perline colorate, mentre nel resto del continente la passione per questo materiale spingeva  ad offrire come merce di scambio incenso, corna di rinoceronte, carapaci di tartaruga, olio di palma, lingotti d'oro, avorio e perfino schiavi!

Le perline assunsero sempre più il ruolo di componente principale dell'ornamento: portate da uomini e donne, sono cariche di significato, ognuna ha il proprio valore e porta con sé un messaggio specifico. Il loro utilizzo varia a seconda delle popolazioni, ma punto fermo rimane la loro funzione di seduzione, poiché i colori usati servono a catturare gli sguardi, come il rumore che fanno - nei gioielli più complessi- battendo una contro l'altra (basti pensare alle cinture femminili.....!)

Un altro materiale naturale amatissimo dall'artigianato africano è il cauri. Questa piccola conchiglia, la cui forma richiama il sesso femminile, è di origine maldiviana, sebbene il suo nome derivi dal sanscrito.

Conosciuta già in epoca imperiale – i faraoni la collocavano nelle tombe – si diffuse nel continente africano grazie soprattutto alle carovane: ne sono stati ritrovati esemplari nel Sahara (rinvenuti da una carovana abbandonata nel XI° secolo) e nel Mali. Le preziose conchiglie venivano scambiate con l'oro ed utilizzate per abbellire ornamenti, ma si usavano anche come moneta e merce di scambio e fu con questa funzione che i cauri raggiunsero le zone più remote dell'Africa, fino al Congo.

L'oro veniva utilizzato prevalentemente per gli ornamenti e non per la sua funzione monetaria. Estratto e lavorato soprattutto nella zona subsahariana diede origine ad un sofisticato e ricercato artigianato di oreficeria. I geografi arabi del Medioevo parlano con enfasi ed entusiasmo di alcuni piccoli anelli a torciglione provenienti dal “Wangara”, il paese dell'oro. L'abilità degli orefici, soprattutto senegalesi, era insuperabile: seppero intrecciare in modo superlativo le influenze europee con quelle del Nord Africa fino a renderle irriconoscibili, e i loro manufatti vennero venduti e copiati dai mercanti europei per secoli.

 

Si racconta però anche del gran timore che si aveva verso questo metallo. Secondo alcune leggende questo materiale brillante, inossidabile e dai mille riflessi era dotato di vita propria, infusa d'uno spirito maligno capace di uccidere e rendere pazzi, di crescere, moltiplicarsi e spostarsi nello spazio (l’oro, del resto, anche in altre culture proprio per le sue proprietà ha dato vita a fenomeni e credenze “esoteriche”. Basti pensare................. 

Esempi della grandiosità e dell'importanza dei gioielli in oro presso le tribù africane le ritroviamo nei resoconti di viaggio di quegli esploratori che giunsero in Mali e videro la spettacolarità degli ornamenti delle donne Fulbe. Gli orecchini, quadrilobati e a torciglione possono raggiungere dimensioni importanti e pesare fino a 300 grammi. Per rendere più sopportabile il peso degli elementi più pesanti le donne legano un laccio di cuoio rosso ad un orecchino, lo fanno passare sopra la testa e poi lo legano all'altro, in modo da renderli quasi sospesi. Questi sontuosi orecchini si accompagnano spesso a grossi grani bicono appesi alla collana e realizzati con la tecnica della granulazione. L'insieme - che già darebbe un' immagine di opulenza- è arricchito da ornamenti da naso e da acconciatura realizzati con perle d'ambra. 

 

Tra gli orafi più abili c’erano gli Akan, in Ghana. I portoghesi vi giunsero nel XV° secolo e subito si resero conto della ricchezza che prosperava in quelle terre – tanto che le ribattezzarono Costa d'Oro. Gli Akan costituivano un gruppo diviso in piccoli stati, ma il capo di ogni stato e tribù indossava alle braccia, collo e gambe collane, catene, gioielli ed ornamenti in oro di tutte le forme, mentre i capelli e la barba erano decorati da perline d'oro, colorate e sonagli. Le mogli dei capi indossavano bracciali e anelli in oro, e fili d'oro ne decoravano il corpo. Il commercio con i portoghesi spinse gli Akan ad incrementare la produzione, cercando nuove ispirazioni, ma anche – ad un certo punto – l'ottone, per poter falsificare i gioielli destinati al mercato europeo.

 

I gioielli in oro erano destinati ai riti, alle feste e in queste occasioni lo sfarzo la faceva da padrone: bracciali splendidi, cinture e anelli indossati ad ogni dito dei piedi e delle mani, collane e acconciature. Nelle celebrazioni più importanti si indossavano i pettorali, chiamati anche “dischi dell'anima” perchè destinati a notabili e sacerdoti che avevano il compito di purificare l'anima del capo, anche se il loro uso era diverso da tribù a tribù e spesso chi li indossava era indicato come messaggero del sovrano o fidato servitore.

Anche il bronzo viene impiegato nell'artigianato africano da tempo immemorabile. Le tecniche di fusione consentono grande libertà e fantasia nell'esecuzione di gioielli e decorazioni. Presso le popolazioni nomadi del Niger le ragazze più giovani portano cavigliere in bronzo incise a motivi islamici e il fatto che il peso di questi ornamenti rendono il movimento più lento e quasi più seduttivo è considerato una particolare attrattiva. 

In Costa d'Avorio alcuni bracciali in bronzo di grandi dimensioni vengono utilizzati nei santuari come mezzi di divinazione e come mezzo per comunicare con gli spiriti. Altri bracciali ancora vengono indossati arricchiti di sonagli e pietre colorate e ogni parte aggiunta simboleggia la ricchezza di chi li indossa, mentre nelle tribù delle Liberia le cavigliere in bronzo fanno parte della dote della sposa.

Collane in bronzo decorate con teste di bufalo vennero realizzate dagli artigiani del Camerun per i propri dignitari. I bufali, animali rispettati per la loro forza e astuzia, venivano riprodotti in queste collane perchè rappresentavano l'importanza sociale di chi le indossava: solo i più alti dignitari infatti si sedevano, nelle assemblee, su teschi di bufalo.

 

L'argento, prediletto invece dagli artigiani delle zone rurali e dalle tribù nomadi rappresenta la purezza e l'onestà.

Anelli in argento dalle forme allungate vengono usati nelle popolazioni nomadi (soprattutto Berberi e Tuareg) come porta tabacco, e sono riservati ai capi o agli invitati d'alto rango; su alcuni anelli da uomo vi è anche raffigurato un combattente a cavallo: questi sono riservati ai guerrieri, cavalieri o “capi militari” e vanno indossati durante i riti cerimoniali e le preghiere rituali.

I colori esplosero nella ricchezza della gioielleria smaltata, grazie agli orafi ebrei che si rifugiarono in Africa nel periodo dell'Inquisizione, e vi introdussero la tecnica del cloisonnèe e della niellatura. Gli smalti dai colori sgargianti impreziosiscono ancora oggi ogni gioiello, fino a farlo diventare un pezzo unico: il giallo solare, il verde sgargiante, il bianco- colore della luce e il blu e il nero, che proteggono dal malocchio.

Gli elementi decorativi utilizzati prendono spunto soprattutto dalla natura: dallo sciacallo che allontana gli spiriti maligni, alla salamandra che protegge dagli incendi, al serpente grande difensore della vita; la melagrana simbolo di fertilità, le mandorle di immortalità, la spirale l'eternità.

Gli artigiani africani, chiamati a riprodurre nella loro arte le conoscenze e le tecniche acquisite dalle tribù attraverso i secoli sanno proporre ancora oggi gioielli ed ornamenti che rimandano alle antiche tradizioni delle popolazioni che da secoli abitano questo continente.

 

Il fascino dei gioielli Tuareg

I Tuareg sono un popolo nomade, che vive nelle regioni del Sahara occidentale a cavallo tra Algeria, Marocco, Libia, Mali e Niger. Discendenti dei Berberi (ne parlano la lingua madre il “tamacheq” o “tamahaq”),il loro nome, “twaregh”, deriva dall'arabo e in lingua berbera significa “abitante della Targa”, regione della Libia nel deserto del Sahara.

Conosciuti anche come “uomini blu”, i Tuareg devono questo appellativo al turbante color indaco (il “taguelmust”) che, indossato dagli uomini per coprire capo e viso, scopre solo gli occhi e lascia tracce di colore sulla pelle, perchè tinto con colori naturali.

Le attività economiche sono legate alla pastorizia nomade in prevalenza, ma anche alla creazione di splendidi gioielli in Argento, Legno e Cuoio, arte che si tramanda di padre in figlio, per mantenere vive le tradizioni di questo fiero popolo.

La realizzazione di gioielli in Argento (l’oro è proibito per motivi religiose) non si ferma al puro e semplice elemento decorativo, ma diventa importante indicazione della ricchezza personale o della famiglia; inoltre, nel caso della Croce Tuareg (ne esistono venti) indica la tribù di appartenenza.

 

Le decorazioni dei gioielli Tuareg si basano per lo più su fitte linee geometriche, che richiamano la dura e difficile condizione di vita nei paesi del deserto: abbiamo così le forme principali del triangolo (che rappresenta la donna come matrice universale, ma anche la dea egizia Tanit, che dominava tutte le forza della natura) e del quadrato (la Terra, simbolo perfetto del Creato), ma anche l'inclusione di piccoli elementi a cerchio che ricordano i semi di miglio - principale nutrimento delle tribù nomadi – o le stelle del cielo.

In alcuni manufatti più antichi è ancora possibile trovare tra gli elementi di decorazione le monete europee di un tempo, come i franchi francesi o i talleri di Maria Teresa.


L'AGATA

TRA LE PIETRE PIU' UTILIZZATE ANCOR OGGI ED ANCHE IN MALI

Varietà di Quarzo microsristallino, caratterizzata dall'eleganza e dalla luminosità dei colori, l'Agata deve il suo nome all'antico nome del fiume siciliano Dirillo: Achates, sulle cui rive se ne trovava in abbondanza.
A battezzarla così fu Theophrasus, filosofo e naturalista greco, che per primo la scoprì ed analizzò tra il IV° ed il III° secolo a.C. proprio lungo le rive del fiume Achates.
Numerosi monili, gioielli ed utensili in Agata sono stati ritrovati in siti archeologici a Cnosso e in tutta Creta, testimoniando la diffusione e l'importanza di questa pietra nella civiltà Minoica e durante tutta l'età del Bronzo.

 

Di buona durezza, e caratterizzata da striature concentriche in una vasta gamma di colori e forme, l'Agata si forma riempiendo le cavità della roccia ospite, e per questo motivo non ne esistono due pezzi uguali.
Fu proprio la sua particolare durezza, unita alla capacità di resistere agli acidi e agli splendidi colori che offriva una volta lucidata, che l'Agata venne usata sin dall'antichità per realizzare sì gioielli e decorazioni, ma anche mortai e pestelli, da usare nelle “farmacie” oltre che nelle cucine, o spazzole per la pulizia della cuoio e dei pellami.
La sua estrazione è documentata sin dal 1497 quando la si trovava in Germania, nella valle del fiume Nahe. Nel XIX° secolo però il deposito conosciuto si esaurì, e i tagliatori trasferirono la loro attenzione ai depositi di Agata brasiliani, che diedero poi impulso all'esplorazione e scoperta di numerosi altri giacimenti – tra cui ametista, tormalina e topazio, di cui spesso prende tonalità e colori.

Anticamente si diceva che estinguesse la sete e proteggesse dalla febbre, mentre i maghi persiani la utilizzavano per allontanare i temporali, visti come manifestazione del male.
Una famosa raccolta di 4000 coppe in Agata fu accumulata da Mitradate, re del Ponto, ma le collezioni di coppe in Agata furono molto popolari anche durante il Rinascimento, in tutte le corti europee.

Oggi, grazie alla scoperta di numerosi giacimenti un po' in tutto il mondo, esistono varie tipologie di Agata, ognuna delle quali ha caratteristiche proprie in base al luogo di estrazione e alla pietra “ospite”.
Esiste l'Agata muschiata, che si forma all'interno di un Calcedonio e ne prende i filamenti verdi, dorati, neri dando l'impressione di creare una decorazione vegetale, di muschio.

 

L'Agata Arcobaleno, invece si forma nei giacimenti di Diaspro, e ne prende le diverse sfumature, che una volta riflesse rimandano un ampissimo spettro di tonalità.
L'Agata di Fuoco, che sembra avere una luce interna riflettente, come accade con l'Opale.

Una delle Agate più inusuali per il colore bruno rossiccio, e per la particolare superficie che ricorda un unico occhio, è chiamata “Occhio del Ciclope”, ed è stata ritrovata in Messico.
L'Agata ritrovata sulle spiagge dell'Oregon, ad Yachats, invece, è servita per creare la decorazione dei sei pannelli che decorano le finestre nel Santuario della locale chiesa presbiteriana.

L'Agata più particolare, alla quale si attribuiscono le qualità più tipiche, è l'Agata Blu: pietra femminile, protettrice delle gravidanze, che infonde coraggio e rilassa, permettendo l'audacia, l'ottimismo, ma anche favorendo la meditazione.

Usata fin da tempi remotissimi come portafortuna contro il malocchio, ancora oggi a tutte le Agate si associano proprietà scaramantiche e protettive per la persona, ma anche per gli ambienti.

Molte delle notizie riportate sono tratte dal sito http://www.ethnos.biz/italiano/simboli_agata.htm

 

 QUI UN VIDEO CON LE LE FOTO DEI GIOIELLI MALIANI. NE TROVATE IN SLIDE ANCHE  ALLA BOTTEGA

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